8/10/2017 - Ultimo verbale del consiglio pastorale (link)

Il Consiglio Pastorale all’Eremo S. Salvatore in Ritiro Spirituale

L’Eremo San Salvatore con la sua posizione e il suo silenzio “che ascolta, che accoglie  che si lascia animare”,  ha ospitato il ritiro del Consiglio Pastorale in questa fine di settembre così carica di preoccupazioni.
Dopo la recita delle lodi nella chiesetta di questo ex convento di Cappuccini, don Luciano Andriolo, animatore spirituale dell’eremo, con grazia ed estrema concretezza ci offerto una bella meditazione dal titolo Il “dono” della fede.
In questo anno della fede, proclamato dal Papa, tutte le Chiese sono chiamate a varcare questa porta della fede. Il mondo ha bisogno di fiducia, di speranza, la fede è un contenuto della  fiducia, della speranza. Varcata la soglia occorre entrare in questa fede per poi uscire e portarla al mondo.
La provocazione per la meditazione personale e del gruppo che ne è seguita muoveva da questa domanda chiave: in nome di quale fede un adulto, dei genitori, una famiglia, una comunità cristiana “consegna” a dei figli, a dei ragazzi, a dei giovani il dono del Vangelo e dei Sacramenti? Con quale consapevolezza? Con quale autorevolezza? Con quale stile?
Non è una domanda da poco, non è una domanda retorica per un gruppo di fedeli che si appresta a delineare le linee pastorali dell’anno che si apre, e, come dice don Luciano, è una domanda seria e stringente perché non è così raro che la fede  si trasformi in consegna di “riti”, per assumere, alla lunga, i tratti di una “abitudine”, se non addirittura di un “dovere” o un “peso” (Mt. 23,1). Invece deve essere il “giogo soave e leggero” che consente una semina ordinata che poi porterà frutto.
In nome di quale fede?
Di una fede che deve avere le caratteristiche di essere  in una storia di salvezza,  l’atteggiamento dell’uomo di fronte a un evento che ti viene incontro, nella tua storia, una risposta ad una iniziativa, di Dio, che ti precede, che ti dice “mi interessa la tua vita, voglio camminare con te”. Se la mia fede ha una “storia” diviene una fede che io sono in grado di “raccontare”. Se uno incontra, vive una cosa “bella”, la dice, la racconta, non la nasconde. Per raccontare la storia della fede occorrerà celebrarla, viverla , testimoniarla e la Chiesa, la comunità cristiana, esiste per questo. E quindi un’altra domanda provocante tra le tante: esistono nella nostra comunità spazi, tempi, occasioni, in cui si “racconta” la fede?
Infine la fede è una storia da amare, da servire, da costruire, appassionati e avendone cura (I care come diceva don Milani). Questa è una storia di salvezza e per questo ci  appassiona, ci interpella ad una responsabilità come laici (lo spirito di Giuseppe Lazzzati, sepolto  all’eremo, era in queste parole). Quindi è una  fede che si fa carico di questa storia, la serve e la costruisce con lo stile delle Beatitudini, del Vangelo,  Vangelo che deve essere misura della nostra libertà e responsabilità.
A questo è seguito un momento di silenzio che in questo spazio del’eremo così favorevole ha dato i suoi frutti in un profondo scambio nella fede e nella programmazione pastorale.
Le proposte sono tante e interpellano tutti, siamo tutti chiamati a celebrare, vivere e testimoniare la nostra “storia” di fede perché anche i pastori, anche noi credenti abbiamo bisogno della fede dell’altro. Il “giogo soave e leggero” ha due postazioni, il solco, la strada, il cammino della fede non si percorre da soli!